Sono una giovane designer e no, non cerco un altro stage.

 

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Caro il mio futuro datore di lavoro,

Ti scrivo questa lettera per raccontarti come la penso della situazione che aspetta noi “giovani” laureati in Italia sperando tu la legga prima di propormi l’ennesimo tirocinio praticamente a pagamento mettendomi nell’imbarazzo di farti questo ragionamento di persona, rischierei di metterti in imbarazzo.

Mi sono laureata nel 2011 a 25 anni anni e ormai sono già tre anni che lavoro, già, che lavoro per me stessa. Durante i sei anni del mio percorso di studi ho fatto ben tre tirocini: uno per una prestigiosa azienda di arredi italiana, uno a Bruxelles in uno studio fantastico e uno a New York presso un gruppo di fama mondiale. E’ stato proprio questo, laurea in mano, che mi ha fatto credere di esser effettivamente pronta a inserirmi nel mercato del lavoro. Attenzione, non sto dicendo di non aver più bisogno di imparare, anzi, al contrario, vorrei poter esser messa nelle condizioni per farlo: vorrei che il mio estro, il mio impegno e il mio lavoro vengano riconosciuti per il giusto valore che hanno.  Così ho fatto tre anni di esperienza da libera professionista, ho pensato: “se devo lavorare gratuitamente preferisco farlo per me stessa”. Tre anni di porte in faccia, tre anni in cui sono caduta tante volte e ad oggi, ginocchia profondamente segnate, sono ancora in piedi con l’entusiasmo di quel primo giorno.

Ho vent’otto anni e mi chiamate “giovane laureata”, rientro in quella categoria ancora troppo giovane per un inserimento in azienda con un ruolo veramente degno di tale nome: vi prego, dimostratemi che sbaglio, fatemi vedere che l’Italia non è il Paese per vecchi o della fuga di cervelli di cui tanto si parla. Quando mi trovavo a New York lavorai come ricercatrice di creatività e mi immersi in una realtà completamente diversa da quella a cui ero abituata: troppo spesso mi trovavo a intervistare ragazzi più giovani di me ma già imprenditori, ragazzi a cui era stata data la possibilità di esprimersi senza timore, manager d’azienda a 23 anni. Io per prima guardai a quei ragazzi con diffidenza e in quel preciso istante mi resi conto degli enormi pregiudizi che ci vengono inculcati il giorno stesso in cui mettiamo piede in università. In sei anni di studi non ho MAI fatto un business plan, né mi è stato chiesto di valutare effettivamente i costi e i guadagni di ciò che stavo progettando, non venivo messa nelle condizioni di dar un valore al mio tempo, al mio lavoro e al mio talento. Valendo tutto questo 0, come posso pensar di potermi vendere all’esterno come professionista? Mi insegano che non valgo niente, sei anni piegata sui libri, sei anni di nottate insonni a preparare una consegna che non valgono un solo euro.

Il tirocinio è una tappa fondamentale del percorso formativo di ogni futuro professionista ma questa, appunto, dev’essere una fase non un periodo lungo anni e troppe volte senza una vera e propria prospettiva. Ora ci sono stati garantiti i rimborsi spese minimi, già, invece di pagare completamente per andar a lavorare lo faremo solo in parte. Proviamo a far un attimo qualcuno di quei conti con cui ho dovuto imparar a convivere una volta lasciata la casa di mamma e papà riferendoli solo a quello che riguarda l’andar a far uno stage: trasporti, alloggio (per chi è fuori sede), pasti e materiali, il tutto da far rientrare in un valore di 300 euro al mese. Non è per far la precisina ma la mia vicina di casa che fa le pulizie nel palazzo prende 10 euro l’ora. Vogliamo aggiungere un’altra variabile? Bene, considerando che con 300 euro al mese non mi mantengo nemmeno il lavoro che sto andando a fare, avrei bisogno di trovarne un secondo, giusto? Ok, faccio anche tre lavori contemporaneamente da anni, non è un problema, basta organizzarsi e si chiama “investimento per il futuro”, stringiamo i denti e ne varrà la pena. Ah, già, non posso farlo perché si sa, in studio sai quando entri ma non sai quando uscirai per certo.Amo profondamente il mio lavoro e vorrei poterlo fare usando tutte le mie energie e l’estro creativo che mi contraddistingue ma dovete lasciarmelo fare, mettermi nelle condizioni umane per farlo. Scusatemi se rido quando mi dite che dovrei iniziar da un tirocinio. Se voi non siete pronti a investire nella mia “formazione”, a puntare su di me e darmi modo di potermi concentrare al 100% su di voi, come fate a chiedere a me di investire il mio tempo nella vostra azienda? A dirla tutta, oltre che il tempo, aggiungiamo anche la salute fisica e mentale visti gli orari impossibili che dovrò sostenere per cercar di far in qualche modo un secondo lavoro o, per toccare proprio il fondo, aver i soldi per far la spesa.

Credo che il lavoro dovrebbe essere uno scambio equo tra datore di lavoro e lavoratore ma purtroppo, invece, si calca troppo spesso sulle necessità di lavorare delle persone cercando di approfittarsene, di aver mano d’opera gratuita attraverso i tirocini e sembra che sia il datore di lavoro quello con il coltello dalla parte del manico. Se poi vogliamo dirla tutta, chiunque di noi, durante il tirocinio si è trovato a far lavori abbastanza inutili dal punto di vista formativo affibbiatici solo perché era qualcosa che andava fatto e l’onore è ricaduto  su di noi solo perchè non avevamo nessun costo per l’azienda. Quindi, ricapitolando, sono qui, non pagata, per far i lavori più basici da cui non imparo nulla di strettamente inerente al mio ambito perché non ti senti di investire il tempo retribuito di uno dei tuoi collaboratori per farlo: geniale. Si chiama gavetta e tutti la dobbiamo fare, funziona così, quindi un bel respiro e si fa, ma a tutto deve aver un limite e non posso fino a 30 anni esser ancora considerata manovalanza da stage. Scusate ma non ho nessuna intenzione di star a compromessi troppo sbilanciati non converrebbe comunque a nessuno e staremo perdendo tempo entrambi. Concordo nell’importanza dell’esperienza e del lavoro in azienda ma tra lo stage e il junior manager credo che lo scalino non dovrebbe esser così alto, né con requisiti così pre-impostati. Basta uno stipendio che possa garantire di arrivar alla fine del mese senza esser ridotti a patate e cipolle, qualcosa che ci permetta di lavorare serenamente e poter investire tutte le nostre energie solo in quello.

Ora, caro il mio futuro datore di lavoro, spero tu abbia tanta voglia quanta ne ho io di iniziare questo percorso fianco a fianco verso lo stesso obiettivo, lasciamelo fare, lasciami lavorare per te come vorrei e non stringermi quella corda ai piedi troppo forte o a tentoni andrò ben poco lontano. 

 

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