La notte nella Wunderkammer a Brooklyn.

 

police carEro di ritorno da un viaggio di qualche giorno a Boston, stanchissima per quell'ultimo mese passato a spostarmi da una parte all'altra della cittá con il mio trolley al seguito, fedele compagno di viaggio. Il mio terzo mese negli Stati Uniti mi vedeva, infatti, senza una casa tutta mia e così vagabondavo di appartamento in appartamento grazie alla community di CouchSurfing.

Quella sera, scesi dall'autobus cinese preso rigorosamente a China Town per risparmiare qualche dollaro, non sapendo dove io e la mia valigia avremmo passato la notte. Mi ricordai di Bob, un ragazzo conosciuto a una delle tante serate della community, quella sera mi aveva lasciato il suo numero dicendomi che se avessi avuto bisogno di un posto dove dormire casa sua era sempre aperta. Scorsi la rubrica, trovai il suo numero, composi il messaggio con la speranza mi rispondesse presto offrendomi una superficie qualsiasi dove poter passar la notte.

Avevo un ragazzo a New York, lo avevo incontrato per la strada, un colpo di fulmine per entrambi e un bel misto di coincidenze fortunate. Lo vidi, ci guardammo negli occhi: io sola andavo verso casa, lui all'angolo con i suoi amici, gli passai davanti e in quel momento cominciò uno di quegli sguazzi estivi che durano pochi minuti ma sono particolarmente intensi. All'angolo dell'edificio, sebbene non dovessi attraversar la strada mi fermai tra la folla che si era bloccata aspettando smettesse di piovere. Così mi rincorse ed abbordò con una delle scuse più stupide mai sentite: "scusami ma tu fai sport?" "Io?? (L'antisport per antonomasia)", la gente intorno ci guardava stupita dall'inconsistenza di quella conversazione. Smise di piovere, gli lasciai il mio numero, tutti ripartirono e cosi feci anch'io, girando l'angolo e riprendendo la strada di casa. Era ormai un mese e mezzo che mi frequentavo con lui, così come me anche molte altre, non ho mai saputo esattamente quante: ai miei occhi era bellissimo, una splendida calamita per tutto il mio corpo ma quanto di più sbagliato potessi incontrare, tutto concentrato in un'unica persona. Se non avessi potuto andar da Bob sarei stata costretta ad chiamare lui, non volevo, ero arrabbiata ma nemmeno l'idea di passar la notte alla Gran Central non mi allettava.

Un messaggio, era Bob, mi diceva che potevo andar da lui e mi diede l'indirizzo. Salii in metro e via alla volta del ventre profondo di Brooklyn ed era giá notte. Mi sembrò un'eternitá e quando uscii in strada non c'era anima viva, solo io e una volante della polizia che circolava quasi a passo d'uomo. Mi avviai alla ricerca della strada e dopo qualche deviazione sbagliata la trovai e mi avviai al numero 54. Intanto la volante mi passò accanto di nuovo, ero l'unica cosa che si muoveva in tutto l'isolato, normale che destassi qualche sospetto. Mi aprii finalmente il portone e stremata cominciai a trascinarmi pesantemente sulle scale con il trolley in mano. "Hey!", alzo lo sguardo e mi trovo davanti Bob completamente nudo che mi saluta con calore dal pianerottolo. D'istinto mi presi un bello spavento ma presto mi ricordai che era conosciuto per essere un nudista, alle volte si presentava addirittura alle feste in accappatoio. Vorrei anch'io poter esser così a mio agio con il mio corpo da andar in giro completamente nuda, questo non vuol dire che lo farei, ma mi piacerebbe saper di poterlo fare con la sua stessa disinvoltura.

L'edificio era un ex fabbrica di qualche tipo, le scale per raggiungere gli appartamenti erano in cemento cosi come i muri, e i pavimenti. L'appartamento era un open-space molto grande ma che appariva più piccolo a causa di tutte le cose che c'erano dentro: era una specie di Wunderkammer. C'era di tutto, tantissimi libri, scatole, addirittura un tronco di albero e due letti a soppalco come due torri che si ergevano in quel tutto. Il mio trolley era uno di quelli piccoli che si possono portar in aereo come bagaglio a mano ma, nonostante ciò, non riuscivo a trovar un angolino dove appoggiarlo per prendere lo spazzolino da denti, c'erano cose ovunque. Vidi un tavolino libero davanti alla porta d'ingresso, mi avviai per appoggiarci le mie cose ma Bob mi consigliò di non lasciar nulla li davanti, più tardi scoprii il perché.

In casa c'erano altri tre ragazzi e altri due rientrarono durante la notte: anche loro come me erano li di passaggio. Dormivano in tre nel divano letto, per me c'era uno di quei lettini dove si prende il sole d'estate a bordo piscina proprio accanto ai tre sconosciuti, così vicino che avevo la sensazione che se quello accanto a me avesse tirato un calcio nel sonno mi sarei svegliata senza qualche dente e, forse, non era solo esattamente un'impressione. Uno di loro era un ragazzo tedesco che aveva vinto la sua green card all'annuale lotteria organizzata dagli Stati Uniti: non sapeva ancora bene cosa se ne sarebbe fatto, nel dubbio intanto era arrivato nella Grande Mela alla ricerca di fortuna, il famoso sogno americano. 

Prima di salire sulla sua torretta Bob andò a spalancare la porta d'ingresso dell'appartamento, gli piaceva sentir girare l'aria, disse. Ecco perché era meglio non lasciar le mie cose lì alla merché di chiunque passasse nel pianerottolo.

Poco prima di addormentarmi guardai il soffitto nel buio della stanza, feci mente locale di cosa stava succedendo pensando a mia madre: notte, ero in mezzo a una Brooklyn dove girava solo la polizia dopo una cert'ora, in un loft a dormire su una sedia a sdraio con i piedi di un tedesco sconosciuto in faccia, gente nuova tutto intorno, di cui uno completamente nudo e tutto questo con la porta di casa aperta. Tante situazioni come questa non avrei mai saputo come spiegarle o raccontarle ai miei genitori, anche perché potrebbero suonar peggio di ciò che sono state per davvero. Bob é una persona meravigliosa e decisamente particolare che apre le porte di casa sua a chiunque ne abbia bisogno ma credo che comunque mamma e papá non avrebbero esattamente approvato dove mi trovassi.

 

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