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Una ragazza al Gusto Fragola.

La ragazza


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Due trentine su una Polo alla conquista dell'Africa.
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Affare fatto! Che ci sarà in quel box?
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23 ottobre, a un anno dal botto.

 

Nicoletta collareOggi, 23 ottobre, é un anno esatto dalla sera in cui la notte era troppo buia, la pioggia troppo forte e un uomo in bicicletta con tanto di ombrello era di troppo pure lui perché non succedesse nulla.

Quella mattina andando in stazione mi ero fermata a fotografare le foglie a stella che coloravano di rosso e giallo l'asfalto bagnato, come stelle luminose in un cielo nero riflettente. Nonostante il clima nebbioso e grigio della Svizzera ce la mettesse tutta a incupirmi nel mio tran-tran giornaliero fatto d'andate in mattine scure e ritorni in notti buie, riuscivo ancora a fermarmi e sognare di fronte ai colori dell'autunno.

Quella sera ero saltata al volo sul treno prima e, un po' come in Sliding Doors, mi chiedo se sarebbe cambiato qualcosa se mi fossi attardata ad allacciarmi una scarpa: dannati stivali. Diluviava, la pioggia cadeva forte in gocce grosse e non avevo l'ombrello così, cappuccio in testa, mi avviavo a lunghe falcate verso casa. Non vedevo l'ora di buttarmi sotto una doccia calda, doccia che, invece, non avrei poi visto per giorni.

Ero quasi a casa e decisi di ascoltar un'ultima volta quella canzone che il giorno prima mi aveva così scossa: il clima si prestava per lo stato d'anima che questa mi scatenava ma sapevo che il tempo di varcare la soglia e sarebbe finita e basta, ora per sempre. In quello stesso punto, ventiquattro ore prima, ero stata obbligata ad accettar di doverlo lasciare andare, avevo costretto tutto quello che avevo dentro in quei pochi caratteri da sms: Invio, fine, addio. Oggi, Play, l'ultimo, lo giuro, come l'ultima pugnalata alla pazzia che governa il mio cuore.

Guardo la strada e inizio ad attraversare, mi fermo allo spartitraffico, un pazzo sta arrivando a tutta velocitá nonostante il traffico che la pioggia porta irrimediabilmente con sé. Mi vede, inchioda, posso passare, mi giro e lo guardo fisso negli occhi fulminandolo: "ma ti sembra il caso di guidare in quel modo?" Penso. Devo attraversare di nuovo, guardo a sinistra e la strada é sgombra, a destra il traffico é troppo denso per aspettare che non arrivi nessuno, mi porto in mezzo alla carreggiata e vedo rallentare la macchina che sopraggiunge così riprendo a camminare per raggiungere il marciapiede: ero finalmente a due passi da casa. Ancora scossa dal pazzo di poco prima il mio cervello elabora il pensiero: "quello l'ho schivato ma vedrai che questa mi centra". "Ecco". Un colpo forte contro la coscia destra, uno stimolo che arriva direttamente al cervello mi conferma che é esattamente così: mi ha centrata. Dall'incrocio era uscito un uomo in bici con l'ombrello in mano e la signora alla guida della macchina, per non investirlo, aveva rallentato e si era allargata nella corsia non perdendolo d'occhio, peccato che così facendo non si sia accorta di me.

Non ricordo nulla a livello visivo, é tutto nero, ricordo però la dinamica, i pensieri, manca solo di capire come abbia fatto ad atterrare seduta per terra girata al contrario. Il primo pensiero é stato quello che non dovevo assolutamente finire sotto le ruote, credo di esser saltata sul cofano, ne ricordo il bordo e i miei polpastrelli che cercavano di aggrapparsi ma la frenata brusca della signora mi ha scaraventata in avanti. Il secondo pensiero é stato quello di togliere gli occhiali per evitare che mi si rompessero le lenti negli occhi o mi tagliassero il viso. Ho iniziato a rotolare e non saprei dire né dove né come esattamente abbia fatto a girarmi ma la prima cosa visiva che ricordo mi vede seduta nel senso inverso rispetto a quello di marcia sull'asfalto bagnato, la pioggia continua a cadere e nel volo il cappuccio mi ha lasciato con la testa scoperta. Guardo la macchina, provo a muovere le gambe ed i piedi, mi fanno male ma si muovono e é un buon segno. Tolgo le cuffie dalle orecchie, stoppo la canzone prima della fine, forse é il caso davvero che ci dia un taglio con questa cosa e se prima l'esser sotto un treno sembrava poco più di una metafora, ora l'essere sotto una macchina era anche troppo reale. O forse è solo l'ennesimo stop a una serie di casi che continuano a rincorrermi come il coyote con Bip-Bip, due anni che va così, due anni dove sembra non abbia il controllo su nulla e quando ci provo, Bam! finisco sotto una macchina. Arriva un signore con l'ombrello, mi ripara, mi guarda e mi chiede se sto bene, faccio segno di si con la testa e quando mi chiede cosa mi facesse male rispondo: "le gambe", giá parlavo.

gambe ematomi

Arriva anche la signora che guidava la macchina completamente sotto shock, bianca in viso, sta per piangere. Le prendo le mani e le dico: "signora, capisco tutto, mi fanno male le gambe ma si muovono, non può esser nulla di così grave, si aggiusta tutto". Prendo allora il telefono, mia madre casualmente é a casa mia e mi aspetta per cena, devo chiamarla per forza.
"Pronto, mamma? Puoi venir un attimo in Piazza San Rocco?"
"Vuoi che ti venga incontro con l'ombrello?"
"No mamma, mi hanno investita con una macchina, vieni per favore"
"Ma Nicoletta!" Tu-tu-tu.

In un minuto quasi eterno vedo arrivare un ombrello saltellante e mia mamma che corre tutta trafelata. Povera mamma, é la seconda volta che viene a trovarmi senza il papá e é il secondo incidente che faccio, sempre con lei a casa. Lei e la signora hanno quasi la stessa etá, stessa espressione spaventata, stesso nervosismo palpabile e io devo farmi vedere il piú possibile tranquilla per non spaventarle troppo. La mamma mi guarda con disapprovazione: "non eri nemmeno sulle strisce?!". Come non ero sulle strisce, certo che si, solo il volo é stato molto lungo, abbastanza da render difficile credere che lo fossi.

Di lì a poco anche i paramedici della croce rossa sono sul posto, mi imbracano come un salame e mi caricano in ambulanza, mi sento in un film: la pioggia che mi cade sul viso, la luce del lampeggiante che ne illumina le gocce, lo scivolare all'interno della vettura come avevo giá visto fare mille volte al cinema ora era reale. L'ultimo pensiero vola a lui, addio.

Le corsie dell'ospedale sono piene di gente, la mia mamma accanto alla barella non mi lascia mai, nemmeno un secondo seppur sia lei che la signora abbiano il coraggio di farmi la paternale di quanto la moto sia pericolosa e che dovrei cambiare idea a proposito di prender la patente: vi ricordo che sono qui sdraiata dopo esser stata investita a piedi sulle strisce pedonali, così, per dire. É che una di voi é quella che ha combinato questo danno, sempre così, per dire.

Il peggio di tutta l'esperienza ospedaliera é stato fare pipì: mi scappava da morire e non c'era nessuna infermiera nei dintorni. Finalmente arriva, mi porta ancora tutta infagottata in bagno con la barella, mi spoglia di pantaloni e stivali per infilarmi quelle tutine sexy aperte sul retro e mi infila una padella sotto il sedere, "chiama quando hai finito". Cioé, stai scherzando? Non so chi di voi abbia mai provato a far la pipì da orizzontale ma vi assicuro che é impossibile, mi scappava da aver i crampi alla pancia ma proprio non c'era verso di farla.

stampelleIl medico che mi visita sveglia in me tutto il dolore che anche stava lì latente aspettando il momento giusto per esplodere: se fino a quel momento non avevo realizzato la gravitá della situazione, é bastato un attimo a riportarmi con i piedi per terra obbligandomi a realizzare ciò che era appena successo. Più passavano le ore più le gambe si facevano nere e tutta la settimana seguente non hanno fatto che continuare in questa metamorfosi cromatica. Le ginocchia avevano sbattuto l'una contro l'altra creando un ematoma che andava a coprire l'interno coscia di entrambe le gambe.

Ci hanno lasciate tornar a casa la sera stessa e per prima cosa ho acceso il computer, terminato il lavoro che avrei dovuto spedire il giorno successivo e mi sono messa a letto consapevole che il giorno dopo avrei davvero provato i postumi della botta. Detto fatto. Collo, schiena, gambe, bacino, piede, caviglia, ogni singola parte del corpo mi faceva male seppur con intensitá diverse e non dovevo far altro che aspettare passasse. Soltanto a distanza di tre giorni ho realizzato quello che avevo appena scampato: sarebbero bastati riflessi un po' meno agili e non avrei nemmeno potuto aver la possibilitá di sentire quel dolore.

La mia testardaggine e eccessiva indipendenza mi hanno portata a mandar la mamma a casa ad occuparsi del nonno e rimanere da sola convinta di farcela e per la prima volta nella mia vita, per quanto posso ricordare, ho dovuto ammettere che non era così. Ho provato ad andare in farmacia, massimo 200m da casa, e sono dovuta tornare indietro: per quanto dicessi alle mie gambe di camminare loro non obbedivano, non erano in grado di reggermi. É brutto quando mandi dal cervello il comando di fare qualcosa e questo non risponde come fa di solito, in quel momento realizzi la fragiliá del corpo e della vita.

foglie stella

Ad un anno di distanza mi porto ancora addosso gli acciacchi di quella sera, dal ginocchio che fa male quando cambia il tempo al bacino che sembra uscirmi dal corpo se vado a cavallo di un elefante. Si è affievolita molto la paura delle auto in strada, per lo meno di giorno, ma mi é rimasto un fastidioso tremore alle mani che sta complicando non di poco il lavoro e le pubbliche relazioni. "Non tremare così, stai tranquilla, va tutto bene". Ecco, in realtá io sto bene, non sono tesa o agitata, il problema sta nel souvenir che la botta mi ha regalato ma non è che posso raccontare a tutti i fatti miei e di solito svio il discorso.

Un anno fa oggi avrei potuto scrivere la parola fine su tanti problemi, preoccupazioni ma al contrario mi ha ricordato la bellezza della vita e l'importanza di vivere ogni giorno al massimo delle sue possibilitá perché basta un uomo in bici con l'ombrello per cambiare le carte in tavola.

Nell'ultimo anno ho lasciato il mio lavoro in Svizzera, accettato uno in Marocco, aperto finalmente il mio sito e la partita iva, fatto tre mesi in Africa divisa tra viaggi e volontariato e sono tornata a splendere perché sono io la foglia gialla e rossa che vidi quella mattina, quella che brilla sul nero lucido, non mi accontento più di esser solo una spettatrice della bellezza: io sono la mia bellezza.

 

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